Il prezzo della gestione: dove il costo aggiuntivo trova ancora una giustificazione
Nel dibattito tra fondi ed ETF il tema dei costi è spesso evocato come argomento risolutivo, talvolta ridotto a una contrapposizione binaria tra “caro” ed “economico”.
L’Annuario sul risparmio gestito 2025 consente invece di riportare la questione su un piano più analitico, in cui il costo non rappresenta un giudizio di valore in sé, ma una variabile strutturale che interagisce con la natura dell’esposizione, il grado di efficienza del mercato sottostante e la capacità della gestione di produrre risultati differenziati nel tempo. In questa prospettiva, il confronto tra fondi ed ETF non riguarda tanto chi costi meno, quanto dove e quando il costo aggiuntivo trovi una giustificazione economica.
L’ampiezza e la maturità dell’universo investibile rendono questa analisi particolarmente rilevante. A fine 2025 il mercato italiano del risparmio gestito presenta una stratificazione estremamente articolata di prodotti, con differenze di costo che riflettono non solo modelli gestionali diversi, ma anche finalità di utilizzo profondamente eterogenee. I dati dell’Annuario permettono di osservare tali differenze in modo sistematico, distinguendo per macro-asset class, area geografica e tipologia di strategia, e offrono così una base empirica solida per valutare il rapporto tra costo sostenuto e risultato ottenuto.
Una prima evidenza emerge dal confronto tra fondi ed ETF nelle asset class più efficienti. Negli azionari geografici core, come Stati Uniti ed Europa sviluppata, gli ETF presentano costi medi estremamente contenuti, spesso inferiori allo 0,25% annuo, a fronte di fondi con ongoing charges mediamente comprese tra l’1,5% e il 2%. Negli azionari Stati Uniti large e mid cap, ad esempio, i fondi registrano un costo medio pari all’1,62%, contro lo 0,22% degli ETF, con un differenziale di circa 140 punti base annui. A cinque anni, la performance media annualizzata risulta pari all’11,65% per i fondi e al 13,35% per gli ETF. In segmenti caratterizzati da elevata liquidità, ampia copertura analitica e forte correlazione con gli indici di mercato, questo divario di costo rappresenta un vincolo strutturale per la gestione attiva, che solo una minoranza di fondi riesce a compensare attraverso un’extra-performance persistente.
Una dinamica analoga si osserva nell’obbligazionario investment grade. Nei governativi area euro, i fondi presentano costi medi compresi tra lo 0,65% e l’1,14% a seconda della durata, mentre gli ETF si collocano stabilmente tra lo 0,13% e lo 0,16%. Le performance a cinque anni risultano in molti casi allineate o leggermente favorevoli agli ETF, soprattutto sulle scadenze più lunghe, dove la capacità della gestione attiva di compensare il maggior costo attraverso una migliore gestione del rischio di tasso appare limitata. Anche in questo ambito, il costo non è un dettaglio marginale, ma una componente determinante del risultato finale.
La relazione tra costo e performance cambia sensibilmente spostandosi verso aree meno efficienti. Nei mercati emergenti, nei segmenti settoriali più specializzati e in alcune strategie obbligazionarie complesse, il differenziale di costo tra fondi ed ETF rimane ampio, ma assume un significato diverso. Nei mercati emergenti azionari, i fondi presentano costi medi superiori al 2%, a fronte di ETF con ongoing charges inferiori allo 0,50%. Tuttavia, la dispersione delle performance a cinque anni è significativamente più elevata e, in diverse sottocategorie, alcuni fondi riescono a ottenere rendimenti corretti per il rischio comparabili o superiori a quelli degli ETF di riferimento. In questi contesti, il maggior costo può essere assorbito da una reale capacità di selezione dei titoli, gestione valutaria e controllo del rischio, elementi difficilmente replicabili attraverso una replica passiva.
Un’area in cui il tema del costo assume una valenza ancora più specifica è quella delle strategie di ritorno assoluto e multi-asset. Qui il confronto diretto con gli ETF è meno immediato, poiché l’obiettivo non è la replica di un benchmark lineare, ma la costruzione di profili di rendimento e rischio più articolati. I fondi presentano costi medi compresi tra l’1,3% e il 2%, con livelli più elevati nelle strategie multi-strategy e long/short. L’analisi delle performance a cinque anni mostra rendimenti medi annualizzati generalmente compresi tra il 2% e il 5%, accompagnati da una volatilità e da drawdown inferiori rispetto alle esposizioni direzionali pure. In questo ambito, il costo riflette principalmente la complessità del processo decisionale e la gestione dinamica dell’allocazione, e la sua valutazione richiede un’analisi congiunta di rendimento, rischio e stabilità nel tempo.
Gli ETF, dal canto loro, mostrano una crescente eterogeneità interna che rende improprio considerarli un blocco omogeneo a basso costo. Accanto agli ETF core, caratterizzati da costi minimi e funzione prevalentemente allocativa, l’Annuario evidenzia la diffusione di ETF tematici, settoriali e speculativi, spesso associati a profili di rischio elevati. Tra le commodities, ad esempio, i costi medi degli ETF oscillano tra lo 0,27% dell’oro fisico e lo 0,62% di esposizioni più specialistiche. Tuttavia, la volatilità e i drawdown osservati a cinque anni risultano spesso significativi, in particolare nelle strategie a leva, dove a costi apparentemente contenuti si associano perdite cumulative molto rilevanti. Il dato suggerisce che il costo, se isolato dal profilo di rischio e dall’orizzonte di utilizzo, perde gran parte del suo valore informativo.
Un elemento centrale dell’analisi è rappresentato dal concetto di value for money. L’Annuario mostra come il vantaggio di costo degli ETF si traduca in benefici concreti soprattutto nelle esposizioni core, dove la gestione attiva fatica a produrre valore aggiunto. Viceversa, in segmenti caratterizzati da maggiore complessità o inefficienza informativa, il costo più elevato dei fondi può trovare giustificazione economica, purché accompagnato da risultati coerenti e ripetibili nel tempo. La discriminante non è dunque il livello assoluto del costo, ma la sua capacità di tradursi in una funzione utile all’interno del portafoglio.
In questo contesto, la disponibilità di basi dati complete e comparabili assume un ruolo centrale. Strumenti come FIDAworkstation consentono di esplorare in modo sistematico l’universo dei fondi e degli ETF, integrando informazioni su costi, performance e rischio, e rendono particolarmente agevole individuare, all’interno di ciascuna categoria, i prodotti che presentano il miglior equilibrio tra efficienza economica e risultati conseguiti nel tempo.
Nel complesso, l’analisi dei costi restituisce un’immagine meno ideologica e più selettiva del confronto tra fondi ed ETF. Gli ETF si confermano strumenti estremamente efficienti nelle esposizioni core e nelle strategie di beta puro, dove il costo ridotto rappresenta un vantaggio strutturale difficilmente colmabile. I fondi mantengono invece un ruolo significativo nelle aree in cui la gestione attiva può incidere sulla costruzione del rendimento e sul controllo del rischio, a condizione che il costo sia giustificato da una reale capacità di differenziazione. In questo quadro, la scelta tra fondi ed ETF non è una questione di principio, ma di coerenza tra costo, funzione e obiettivo di investimento. È su questo terreno, più che nella contrapposizione tra modelli, che il dato sui costi mostra tutta la sua rilevanza analitica.